Cresta "Corda Molla" al Disgrazia
di Marco Castellani



Un luminoso dopopranzo della fine di luglio, risaliamo in auto la Valmalenco, io e Franco, diretti a Chiareggio.
Alla sera dobbiamo essere al bivacco Oggioni, per fare l'indomani la cresta nord del Disgrazia, la "corda molla ".
Dopo le ore di automobile con addosso il caldo della pianura Padana, non credo di essere in forma per la camminata che ci aspetta, ma questi sono i pochi giorni di bel tempo di questo mese e bisogna approfittarne.
Appena dopo Chiesa Valmalenco ci colpiscono, negativamente, le cave di roccia, di bel serpentino, che deturpano questa vallata dalla vocazione turistica.
E' l'unico aspetto che mi ricorda le montagne di casa, le Alpi Apuane, dove ormai è raro trovare posti incontaminati.
Per fortuna a Chiareggio l'ambiente è intatto e le cime di Vazzeda e il Monte Sissone, slanciate nell'azzurro pomeridiano, ci riempiono dell'entusiasmo necessario per le cinque ore di cammino con lo zaino.
Fare la "corda molla" è un progetto che parte da lontano, da quando l'ho vista stagliarsi a sud-ovest rispetto alla cima del Bernina, dove guardavamo le montagne dintorno, una limpida giornata di settembre, più di venti anni fa.
Poi durante le gite in sci fatte in Valmalenco, l'occhio cadeva sulla cresta sottile, a forma di mezzaluna che finisce contro le rocce ripide e inquietanti della parete nord.
A destra della cresta, precipizi ghiacciati, dominati da un enorme seracco, lasciano il passaggio agli alpinisti solo in alcuni punti; un ambiente severo che, se non fosse per la quota inferiore ai 4000 metri, potrebbe stare al pari delle più prestigiose pareti del gruppo del monte Bianco.
Quello che rende più attraente la " corda molla " è il suo relativo isolamento, la mancanza di grossi rifugi affollati nei dintorni e quindi il piacere di ritornare ad un alpinismo più autentico.
Facendo questi ragionamenti, nella mente, ma camminando di buon passo, arriviamo al rifugio Porro dove ci accoglie Floriano, il custode, dandoci la buona notizia che stasera saremo soli al bivacco, e che questo è in buone condizioni.
Due alpinisti sono saliti,qualche giorno prima, ma hanno fatto la traversata scendendo per la via normale, al Rif. Ponti. Noi invece intendiamo tornare a Chiareggio, pertanto dovremmo fare le corde doppie lungo la cresta, fino al ghiacciaio della Ventina e da li trovare la via di discesa migliore evitando seraccate e crepacci. Sarà bene dare un'occhiata al percorso, dal basso, stasera, perché se domani avessimo della nebbia, al ritorno potremmo avere problemi di orientamento.
E' vero che Franco è una guida con un fiuto incredibile per trovare la strada, ma occorre comunque farsi un'idea delle condizioni del ghiacciaio, visto che queste cambiano di anno in anno. Questa stagione è molto ricca di neve, è in ritardo di almeno un mese ed in un certo senso è un vantaggio, perché anche il passaggio della Vergine, di solito brutto, tra il bivacco Teveggia e L'Oggioni, è invece buono ci dice Floriano.
Devo spendere due righe sul Rifugio Porro perché mi accorgo con rammarico che avrei dovuto venire qui almeno il giorno prima per godere di queste bellezze: è situato all'inizio di una lunga vallata pianeggiante, solcata dal torrente che scivola limpido tra l'erba verde dei prati; in fondo il Pizzo Cassandra ed il ghiacciaio della Ventina ti fanno sentire il contrasto tra l'alta montagna e la dolcezza del piano.
Lasciamo il Pizzo che sono già le quattro di pomeriggio, passiamo sui prati accanto all'acqua che scorre tranquilla; vorrei fermarmi qui stasera. Ecco improvviso il piacere della montagna, dopo tanto correre in macchina viene il desiderio di fermarsi a guardare e godere dei profumi del bosco e delle cime nevose.
Franco tiene il passo e con nostalgia lasciamo questo fondovalle. Le ombre dei monti si allungano sul ghiacciaio. Mentre saliamo, un senso di solitudine racchiude la vallata; l'aria fredda da nord ci ravviva il cammino che si svolge serpeggiando tra i molti ma non difficili crepacci. Arriviamo in vista del Bivacco Taveggia, sovrastato dalla rocciosa cresta est della Punta Kennedy. Ci fermiamo un attimo per studiare il passaggio in discesa per l'indomani : sembra senza problemi, ma staremo a vedere.
Dopo il Taveggia, c'è il passaggio della Vergine, un tratto di ghiacciaio di solito laborioso, ma stavolta abbastanza lineare; mettiamo i ramponi e ci leghiamo; sono le sei e abbiamo ancora un'oretta di marcia da fare. Il ghiacciaio, prima ripido, termina in piano: alla luce del sole serale si staglia,piccolo, il bivacco Oggioni.
E'un momento magnifico, tutta la cresta nord del Disgrazia si allunga alla nostra sinistra, con le rocce rossastre, investite di traverso dagli ultimi raggi di sole. Non c'è altro che il vento da nord quassù, e il ghiaccio e la roccia. A pochi passi dal bivacco troviamo un rivolo d'acqua di fusione e ci riempiamo le borracce. Cala la sera e l'aria comincia a gelare ; alla luce della candela ci rilassiamo al riparo delle quattro pareti di metallo; arroccati quassù ci sentiamo tranquilli,mentre fuori il vento soffia deciso e le stelle punteggiano il buio.
All'alba calziamo i ramponi e saliamo il pendio nevoso della Punta Kennedy, tira un bella tramontana, ma il tempo è limpido e le rocce solide, dopo il tratto nevoso, invitano l'arrampicata. In conserva procediamo svelti, la corda passata tra gli spuntoni per sicurezza ; Franco si muove con agilità, senza fare una sosta.
Franco che si muove sul 3° grado come sul 6°, stessa velocità, regolare e tranquillo, è bravo sul misto così come con le scarpette sul calcare, si è formato sulle Dolomiti di Brenta, da rocciatore, ma sul ghiaccio va via leggero come un gatto.
Ha preferito non specializzarsi in una disciplina, ma praticarle tutte, privilegiando i lunghi concatenamenti di cime, magari da solo e in giornata. Mi ha convinto soprattutto la sua idea di viaggiare leggeri per godersi davvero l'arrampicata, arrivando presto in vetta per assicurarsi il bel tempo.
La tramontana ci sferza con raffiche a volte fastidiose, da far perdere l'equilibrio e allora decidiamo di tenerci di poco sottovento al filo di cresta, sul lato orientale, dove il sole ci scalda. Dopo qualche risalto arriviamo alla "corda molla" vera e propria, al tratto nevoso che si inarca verso l'alto, ma resteremo pochi metri a sinistra, su roccia, a causa del vento che ci sbilancia.
L'ambiente è grandioso e la parete finale è ripida, ma articolata e ricca di buoni appigli. Procediamo di conserva, divertendoci a trovare i passaggi migliori, fino a sbucare sotto il bivacco Rauzi alle otto e un quarto; è ancora mattina presto e finalmente posso tirare il fiato dopo questa bellissima galoppata in cresta.
Ci godiamo il panorama che evidenzia soprattutto il Gruppo del Bernina, dal Roseg al Palù, poi affrontiamo la discesa.
Un primo ancoraggio di calata, subito sotto il bivacco, poi più o meno a venti, venticinque metri di distanza tutti gli altri.
E' bene portarsi qualche cordino di riserva per effettuare delle sostituzioni, ma non ci sono problemi per trovare spuntoni o le soste.
Con un'ultima doppia sul lato est, mettiamo piede sul ghiacciaio della Ventina. La neve regge ancora bene e decidiamo per la discesa diretta, senza ripassare dall'Oggioni, perciò Franco,dopo aver deciso di perdere quota, tiene la destra, ben sotto la cresta est del Disgrazia e con sicurezza trova il passaggio giusto, c'è solo un crepaccio terminale un po' aperto che ci rallenta, anche se veramente, a vedere i seracchi che ci sovrastano in quel punto, mettiamo presto le ali ai piedi fin sotto al passo Cassandra, il resto è una camminata di routine fino al Rifugio.
A mezzogiorno Floriano ci prepara i pizzoccheri, seduti sotto un ombrellone guardiamo verso il ghiacciaio, il Pizzo Ventina, poi verso la valle e il torrente che scorre tra l'erba, brontolando tra le pietre.